In nome del popolo sovrano (1990) di Luigi Magni

completata la trilogia di Magni sulla Roma papalina, il prossimo #martedìfilmdilunedì si sposta a Gerusalemme (dalla città eterna a quella santa) rimanendo però sempre in compagnia del buon Nino
recensione di in nome del popolo sovrano di onironautaidiosincratico.blogspot.it


Film sulla prima guerra d'indipendenza, quasi un documentario su quello che successe a Roma all'arrivo dei francesi, alla fuga di Garibaldi verso il nord, con sfondo le cinque giornate di Milano e la rivolta di Venezia.

I protagonisti in questo caso sono, oltre ai vari personaggi storici, che fanno da sfondo insieme alla Storia con la s maiuscola (Margaret Fuller, Luciano Manara, Garibaldi già citato, Enrico Dandolo, Goffredo Mameli [autore del nostro inno nazionale], Angelo Masina, Giuseppe Gioacchino Belli), Angelo Brunetti "detto anche il Ciceruacchio", Ugo Bassi e Giovanni Livraghi); il primo un burino fiero di esserlo in cerca di libertà, poi un frate non molto ligio al clero e alle sue direttive e il terzo un combattente venuto da su che cerca di scappare dagli austroungarici.

La struttura ricorda quella dei romanzi dell'epoca (su tutti gli sposi minacciati di Manzoni): una storia piccola, fatta di amori, tradimenti, vendette, gente che agisce spinta da motivi personali prima che da grandi ideali, su uno sfondo storico molto più ampio, con personaggi a cui la rivoluzione cambia la vita, ma non per chissà quale alto e nobile motivo, ma semplicemente perché porta via un amico, un amante o la moglie.

A proposito di mogli: la frase "la moglie baldracca poi si calma", chiaramente inserita nel contesto e figlia della società dell'epoca, oggi avrebbe fatto indignare qualsiasi categoria di femministe o propotali (nonostante poi nei film le donne siano più stereotipate di un ebreo vestito di nero col naso a punta che è attaccato ai soldi), senza minimamente cogliere il significato più profondo (oltre che più vero, e valido per le donne come per gli uomini costretti in un matrimonio di comodo, imposto dalle famiglie, com'era norma fino a poche decine di anni fa in tutta Italia e non solo) di quel che un padre, tra l'altro svegliato nel cuore della notte per una scappatella che ormai conosceva tutta la città, sta raccontando e dicendo ad un figlio un pò ingenuotto.

Il cast è, come sempre con Magni e a maggior ragione in questa trilogia papalina, qualcosa di spettacolare: Nino Manfredi, Serena Grandi, Alberto Sordi, Massimo Wertmüller, Luca Barbareschi, Elena Sofia Ricci, Jacques Perrin, Carlo Croccolo, Gianni Garko, Roberto Herlitzka; su tutti spiccano Manfredi e Sordi, che il primo da parte in causa, il secondo quasi da spettatore, raccontano come la società muti solo apparentemente, in un gattopardiano ciclo che si ripete senza mai cambiare fondamentalmente nulla; mentre su tutti rimangono in ombra, anzi spicca la loro incapacità recitativa visti i mostri sacri che hanno intorno per Barbareschi e Ricci, che rimangono due amebe su un palco o davanti ad una camera da presa, e il dubbio sorge spontaneo: come mai tanto successo per loro, come mai per tanti rappresentano un pezzo del panorama artistico italiano con tutti i grandi e bravi attori che ci sono in giro?

Anche in questo film, come negli altri due della trilogia, una confessione diventa un atto rivoluzionario, un gesto potente e al contempo semplice, qualcosa che tutti avrebbero potuto fare, ma che tanti avrebbero potuto fare per combattere l'avversario anche senza "scendere in campo", ma si sa che il medio italico cittadino è pigro, comodista e cerca sempre l'escamotage per fare il minimo possibile e ottenere il massimo risultato, anche in questo.

Solo un premio per i costumi, ai David di Donatello, a Lucia Mirisola, moglie, scenografa e costumista del regista per tutta la vita; perlomeno è rimasto in casa almeno un premio, non che i premi indichino la qualità del film, però di certo guardano quel che c'era in sala quell'anno e anche quello che ha vinto ai David quell'anno qualcosina in più se la sarebbe anche meritata.

Dolce e perfettamente inserita nel film, senza mai sovrastare le immagini, la colonna sonora di Nicola Piovani, che inizia qui una bella collaborazione con Magni, che proseguirà per altri quattro titoli.

Alla fine un doppio sfondamento della quarta parete chiude il film e la trilogia, lasciando sempre un dolce-amaro, che è poi forse l'unico modo per carrontare la storia così com'è, senza farla diventare una lode a nessuno dei due schieramenti (che comunque sempre di gente ammazzata parliamo, mica di libri o conferenze per convincere l'avversario).




qui, come sempre, finché dura, il film completo (la qualità non è granché ma certi film si trovano così, o in cassetta, e credo che ormai in pochi abbiano ancora un lettore, funzionante, di VHS)  

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