Waltz with Bashir (2008) di Ari Folman

il #martedìfilm stavolta prova a buttarsi sull’animazione, ma di quella seria e impegnata, che racconta un evento che in molti dovrebbero conoscere, ma che tanti preferiscono evitare, soprattutto nelle scuole inneggiando al fatto che è troppo recente per poterne parlare obiettivamente

recensione di valzer con bashir di onironautaidiosincratico.blogspot.it

come sempre, prima della recensione una breve presentazione di ogni partecipante (nome, età, occupazione, piatto preferito, città)


eRica: 27, donna, studentessa, patate, catania

Pietro: 31, uomo, studentepartimeincercadilavorofulltime, pizza con kebab, catania




I disegni e le animazioni sono davvero particolari, la storia è raccontata proprio come in un film: inquadrature, movimenti di macchina, effetti speciali... sembrano delle riprese in un mondo disegnato.
La tecnica usata è una via di mezzo strana tra animazione e il rotoscope: il film è stato effettivamente girato tutto e poi i disegnatori hanno ripreso tutto ridisegnandolo e “animandolo”. I paesaggi sono perfetti, le ombre estremamente realistiche: tutto ciò viene usato per raccontare la storia per com’è andata. 
Il tema è veramente pesante, come è giusto che sia, e lascia proprio l’amaro in bocca allo spettatore. Credo che una citazione basterebbe per spiegare tutto “dov’era il quartier generale? in alto! quanto in alto? abbastanza da vedere tutto…” Mi è piaciuto tanto l’espediente utilizzato per raccontare la Storia, che non è banalmente la narrazione di un singolo personaggio, e quindi il classico “ti racconto la storia collettiva attraverso quella individuale” ma piuttosto una narrazione già collettiva nata dall’unione di testimonianze con la volontà e la difficoltà di ricordare l’accaduto.
Tutti i presenti vorrebbero dimenticare la storia: le vittime per non soffrire del ricordo della sofferenza; i carnefici per non dover confrontarsi ancora con quel che hanno dovuto fare. Molti non ricordano, non vogliono ricordare o hanno rimosso, ne consegue una narrazione spezzata, inizialmente confusionaria, ma che come un puzzle inizia a farsi chiaro solo alla fine, senza disegnare o evidenziare colpevoli, ma scovando i responsabili. 
Il film sottolinea anche le conseguenze psicologiche che la partecipazione ad eventi tragici come questi può avere, a partire proprio dalla rimozione o rielaborazione del ricordo. 
Le musiche, così presenti e violente, ma anche necessarie, sembrano esser lì proprio a raccontare questa tragicità, intervallandosi e sovrapponendosi alle immagini, commentandole e spiegandole, ma anche aumentando l’esperienza sensoriale (grazie anche ai suoi, alle sirene, alle bombe che scoppiano contrapposte alle sigarette accese o le tazzine di caffè chi racconta la storia in una calda e comoda casa. 
L’inizio di tutto scaturisce da un incubo, questo mi ha fatto pensare al fatto che si vorrebbe che tutta la vicenda fosse solo un brutto incubo e non fatti realmente accaduti. 
La guerra fa schifo, mette l’uomo di fronte ad un nemico che ha religione, colore della pelle, lingua e nazionalità diverse, ma che in fondo è molto più simile di quanto non si immagini; nessuno pensa alle conseguenze delle proprie azioni, tutti vedono solo il nemico da combattere, e poco importa se quel nemico è stato designato da uno stato che fino a poco tempo fa veniva criticato o, addirittura, oltraggiato da chi ora lo sostiene e ne sostiene le scelte. Il sangue, il vomito, la morte sono presenti nel film, fanno parte dello schifo della guerra, ne sono gli effetti più facilmente percepibili, ma non sono gli unici: la sofferenza che permane in chi ha vissuto quegli eventi, da entrambi i lati, rimarrà dentro ognuno di loro e noi, da spettatori (del film, ma anche della Storia) siamo moralmente obbligati ad essere coloro i quali tramanderanno ai posteri un orrore che non dovrà ripetersi (ma che ainoi si è già ripetuto e continuerà a ripetersi, seppur in forme, modi e luoghi diversi).





 e qui la recensione del frusciante

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