Blade runner 2049 (2017) di Denis Villeneuve

netflix, se non si guardano le sue produzioni ““““““““““““““““““““““““““originali”””””””””””””””””””””, ha pure bella roba (anche se la spinta a cancellare l’account per buttarsi su amazonprime è tanta)
recensione di Blade runner 2049 di onironautaidiosincratico.blogspot.it

in questa recensione ho l’onore di condividere lo schermo e la tastiera con un amicollecinefilo trapiantato a Torino che è stato l’unico a rompermi il cazzo per vedere questo film (se non ricordo male ha avuto il piacere di vederlo in sala, lui), ma ciancio alle bande e iniziamo dopo la solita minipresentazione (con l'aggiunta della città di residenza)…




  • Pietro: 30, uomo, studenteincercadilavoropartime, pizza con kebab, Catania
  • Fabrizio: 30, uomo, ingegnere, pasta, Torino

  • La domanda che mi son posto inizialmente è stata: ma c’era davvero bisogno di un sequel del capolavoro (mai parola fu più abusata nella critica cinematografica come in questo periodo per robetta) dello zio innaturale di Bryan Cranston? A mio avviso no, però Villenevue ci regala un nuovo capolavoro, forse 25/30 minuti troppo lungo, ma spettacolare da vedere in ogni inquadratura (che avrebbe diritto ad essere stampata ed appesa in qualsiasi ambiente di qualsiasi edificio), che racconta una storia interessantissima, in maniera magistrale.

    Sono d’accordo con te: non c’era bisogno di un sequel a quell’immenso capolavoro di Ridley Scott. Blade Runner era già una perfetta storia di fantascienza autoconclusiva. Vero è che lasciava aperte alcune questioni (e ora ne parliamo) però aveva la dignità di un racconto completo. Troppo lungo anche per me, l’avrei asciugato di 20/30 minuti, anche perché la sceneggiatura è stata abbondantemente sviluppata. Sì, in generale la regia di Villeneuve e la fotografia del suo storico direttore della fotografia rendono il film un’opera d’arte visiva. Inquadrature spettacolari, praticamente quadri da appendere (come giustamente hai detto anche tu). Le scelte cromatiche si sposano perfettamente con le scenografie e la regia, colori caldi ma resi freddi dalla luce al neon. Nota al margine: avevo letto un’interessantissima recensione sulla fotografia e il cromatismo di questo film, ma non ricordo come recuperarla.

    La sceneggiatura di Hampton Fancher (lo stesso del primo capitolo, sempre basandosi sul libro di Philip K. Dick “Il cacciatore di androidi”, che devo al più presto recuperare, come tutta l’opera di Dick) riesce a fare in pratica il cazzo che vuole: la direzione è chiara, lo spettatore viene preso per mano e portato a spasso per l’universo creato da Scott in un periodo in cui la fantascienza era il futuro dell’intrattenimento e ci si investivano i bigmoney.

    La sceneggiatura, pur rimanendo di ottima fattura (lo sceneggiatore appunto è lo stesso) è forse l’aspetto che mi ha interessato meno in questo sequel. Lo sceneggiatore ha voluto rendere la trama più intricata, ma alla fine a mio avviso ha appesantito tutto. Per quanto riguarda i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi, non posso fare critiche. Una cosa mi ha stupito: la love story non è ingombrante e anzi mi ha fatto piacere vederla. Love story che non ha nulla di scontato o ordinario: bellissime le scene con l’IA olografica, prima fra tutte quella della “fusione” con la prostituta.

    Quella scena credo sia la rappresentazione filmica di un rapporto dove si può amare una persona facendo sesso con un’altra: una trovata scenica geniale, ed è la dimostrazione di come Her di Jonze sia sì una citazione, ma qui l’IA sia innamorata e volontariamente e attivamente parte della storia d’amore (anche se mi sarei aspettato un finale, per quanto riguarda Joi [in tutto il film i nomi son sempre importanti: un kafkiano K per lui, Luv per la schiava/cane da guardia di Wallace], un pò più epico-votivo. Altre citazioni, trovate variegatamente (oltre a quelle, meravigliose e tanto da fanservice: da edward james olmos di nuovo sullo schermo a piegare tovaglioli, ai modellini originali della vecchia città ormai abbandonata), troviamo la discarica dove ci si aspetta da un momento all’altro che faccia capolino wall-E, e le palle di memoria che ricordano molto Inside-out (chissà se il fatto che in due paesi Disney ha distribuito il film c’entri...). A proposito di scenografie son felice che si siano concentrati più sugli interni (rimanendo gli esterni meravigliosamente sconvolgenti per gli occhi), e abbiano mantenuto una tecnologia generale in linea con l’originale, migliorandola un pò ma senza stravolgerla (dovrebbero spiegarlo a chi ha fatto i sequel/prequel di star wars).

    Il personaggio di Joi espande il discorso sull’identità dell’essere già presente nel primo film. Le classiche domande filosofiche “cos’è l’essere?” “cos’è il pensiero?” “cos’è l’identità?” non sono rivolte solamente ai replicanti ma in questo caso anche a una IA. Nel primo l’elemento a favore dell’autocoscienza dell’androide era il sogno ( Do androids dream of electric sheeps?), mentre qui è la capacità di provare sentimenti reali. Se allora affermiamo che i replicanti sono autocoscienti e capaci di provare emozioni e sentimenti, siamo quindi di fronte a una nuova specie? Se sì, la ragion etica è uguale per umani e androidi? Questo è quello che per me è la fantascienza: un genere per trattare temi fondamentali. Astronavi, guerre spaziali, tecnologia avanzata, ecc sono solo contesto per la narrazione. Ma questo vale in realtà per qualunque genere, pure l’horror per esempio.

    Un nostro caro amico, nella tua città tra l’altro, diceva come la fantascienza fosse un metodo per parlare d’altro, potendo fregare un pò produttori, recensori e pubblico ignioranto. In questo caso la fantascienza serve a raccontare questa storia dove l’amore tra automa e IA sostituisce quello che nel primo capitolo era invece il rapporto tra uomo e automa (sempre che Deckard sia un umano) che qui giunge ad un nuovo, inaspettato livello: la riproduzione, che fino ad ora aveva caratterizzato gli umani a dispetto di tutte le forme più o meno virtuali e più o meno carnali di creazioni umane. In questa situazione il creatore Wallace (interpretato in maniera invisibilmente anonima da Jared Leto) diventa un dio frustrato che scarica sugli altri le proprie incapacità o manchevolezze, in una scena (quella di parto e morte del replicante) davvero bella; meno bello invece il pippone finto-pseudofilosofico con Deckard che si conclude con una meravigliosa battuta dell’ex bladerunner: “lei aveva gli occhi verdi” che distrugge tutto quello che Wallace è e rappresenta con 5 parole e in maniera più potente di una bomba atomica. Sperando che questa diventi una serie come quella di Alien (con mostri sacri dietro e davanti la macchina da presa, o alla sceneggiatura e alla fotografia; e guardacaso tutti prodotti da Walter Hill, mentre in questo caso come produttore abbiamo il regista del primo capitolo) mi chiedo quale possa essere un eventuale sviluppo futuro della storia che finora è stata narrata.

    Il personaggio di Wallace è un dio frustrato, incapace di accettare le proprie debolezze e la propria mortalità scaricando la sua rabbia sulle sue creature. Qua torna il tema della creazione, il rapporto del creatore con la creatura, seguendo le orme di capolavori del passato: lasciando da parte ovviamente Blade Runner, penso a Frankenstein di Mary Shelley, alla mitologia greca, o a un più recente Prometheus (già il titolo è una citazione al titolo completo del romanzo di Shelley). Il creatore percepisce la propria fine nel momento in cui comprende la superiorità della sua creatura, la consapevolezza di aver creato qualcosa di bello stride con l'altra grande consapevolezza della propria obsolescenza. Vediamo quindi che questa conflittualità ci porta all'Eros e Thanatos di Freud o del mio caro Nietzsche. Oltre questo aspetto, Wallace non è approfondito e quindi risulta un po' piatto e non aiuta certo l'interpretazione di Leto. Per quanto riguarda l'interpretazione attoriale, mi ha convinto tantissimo Ryan Gosling con quella monoespressione perfetta per il ruolo. Convincente anche Ana de Armas, bellissima e ingenua, nei panni di Joi. Menzione speciale e sorpresa positiva (almeno per me) per Dave Bautista perché non pensavo avrebbe donato spessore e profondità al suo personaggio (tra l'altro importante per i risvolti narrativi).

    Batista epico: quando ho saputo ci fosse lui mi aspettavo qualcosa di più violento, grande e casinista, e invece Villeneuve lo tiene a bada, gli da una parte importante, narrativamente, ma senza togliere spazio e tempo agli altri personaggi o alla storia. Al tempo stesso Ford fa quel che deve: chiudere col personaggio originario ed essere abbastanza un vecchio melanconico rompicoglioni (lo sta facendo con tutti i suoi personaggi più iconici, ed è l’unico ad Hollywood che lo sta facendo sembrando un vecchio rincoglionito. Unico appunto, in questa società che dice di far caso a queste cose ma poi le ignora: più donne rispetto al primo capitolo, ma estremamente sottili e impalpabili, stereotipate e prevedibili, nelle azioni e nelle reazioni (oltre che inutili ai fini narrativi, se non quando non si sa come altro procedere, e allora facciamo far qualcosa ad una donna random).

    Vogliamo parlare della colonna sonora? Spettacolare! Non so quanto volte l’ho già ascoltata. Bisogna ammettere che è stilisticamente diversa da quella di Vangelis ma non meno bella. A mio parere sono due soundtrack che non si possono paragonare, però entrambe svolgono perfettamente il loro compito di accompagnare la narrazione e commentare le immagini su schermo. Hans Zimmer è ormai da anni considerato un maestro della composizione di colonne sonore e anche qui non delude.

    Di solito il minimalismo degli ultimi anni di Zimmer non mi piace, lo trovo fastidioso e a volte anche disturbante, ma qui è stato perfetto, riprendendo Vangelis, ma senza copiare, essendo funzionale al racconto e alla narrazione. Quello che invece mi manca, e voglio recuperare al più presto, a proposito di racconto, è il romanzo di Philip K. Dick Il cacciatore di androidi, da cui tutto è tratto, sia primo che secondo capitolo.

    E con questo credo possiamo chiudere, ci sarebbero centomila altre cose da dire e sulle quali riflettere, ma credo sia la più lunga recensione che abbia mai caricato, e sono felice di averla condivisa con un amicollega cone Fabrizio.




    P.S. presenti spoiler nella recensione, giusto due insignificanti e marginali riflessioni: 
    1. il primo è uscito 34 anni fa (TRENTAQUATTRO, è uscito prima che io nascessi), il secondo due, quindi mi sembra superfluo mettere un’allerta spoiler ad inizio recensione 
    2. hai cercato e letto una recensione sul film, se ritieni che la purezza del tuo minuscolo cervello debba essere preservata da ogni anticipazione (come se non sapessimo tutti come va a finire una scopata e per questo rinunciassimo), sbagli a cercare info riguardo al film o guardare recensioni, pessime, su youtube 
    3. suca 
    4. se qualcuno non avesse ancora visto il film, ma fosse comunque arrivato fin qui, ci sono tre cortometraggi da dover vedere assolutamente prima del film


    al posto del trailer un pò di genialità a 8bit   

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