alla fine di una tre giorni no-stop di discussioni sul cinema con cinefili e cinepatici presso il BuioInSala si è deciso di andare a vedere un film al cinema, visto che il palloncinico rigurgito ci aveva fatto saltare quello del sabato...alla fine si opta per Akin al PostModernissimo, un graziosissimo cinema multisala (ma di quelli belli, non quelle vaccate da centro commerciale, quelli piccoli, dove trovi un libro sul bancone del bar, e una ragazza dietro che di cinema ne capisce, con la quale si può pure scambiare una parola sul film da vedere o su quello appena visto) in pieno centro a Perugia, in fondo alla via della Viola, un tempo capitale europea della droga, oggi costellata da microaziende portate avanti da giovani volenterosi; unico appunto lo schermo un pelo macchiato in un angolo, con un alone che faceva immaginare che qualcuno ci avesse lanciato contro una bibita durante la visione di un brutto film...
recensione OLTRE LA NOTTE onironautaidiosincratico.blogspot.com
Un carcerato sfonda la quarta parete andandosi a sposare con una bella bionda tatuata, in quello che sembra un filmino amatoriale da matrimonio, con un bellissimo pianosequenza iniziale (notevolmente bello anche il font del titolo, che arriva dopo che tutto ciò che di importante succede è già successo). 
A parte la locandina molto neon-style, il film sembra un documentario: poche volte abbiamo punti di vista fuori da quelli tipici umani (ma quando ci sono distruggono l'interiorità dello spettatore, come nella scena della vasca, così dolce e disturbante, quanto macabra e disturbante); la regia è quasi invisibile, se non per i quattro ralenty (di cui due evitabilissimi e inutili) e per qualche movimento (come il meraviglioso finale dall'albero al mare, attraversando tutto il cielo, con una visione continua, quasi infinita, verso l'indefinito mare trasparente), oltre ad un inquietantissimo e lentissimo effetto vertigo in tribunale alla lettura della sentenza, che insieme alla musica dà un violento colpo allo spettatore, inchiodandone gli occhi a quelli di Katja, ma percependo che qualcosa intorno si muove fastidiosamente intorno alla protagonista. Akin si trova qui a narrare dei fatti che lo vedono coinvolto, magari non in prima persona, ma essendo nato e cresciuto ad Amburgo da genitori turchi di certo avrà visto tanti amici e conoscenti passare da situazioni simili. 
Revenge movie, di quelli cattivi, ma sinceri, con un occhio alla politica, con quel cartello finale forse troppo didascalico, che ok la voglia di dire quanto il nazismo sia brutto, ma così facendo si fa un discorso un pò razzista nei confronti della violenza, e soprattutto delle vittime: come se ci fossero vittime di serie A e di serie B; la violenza è brutta e va condannata, inutile distinguerla o evidenziare che sono 5 i morti di quell'etnia o a causa di questo o quel gruppo, non ci devono essere più ammazzati per appartenenze politiche, sessuali, cinefile, religiose, alimentari o razziali, punto.
Meglio il titolo originale, stranamente, che vuol dire letteralmente "dal nulla" come nell'inglese "in the fade" (nella dissolvenza) al contrario dell'italiano "oltre la notte" che non dice nulla e travisa un pò il significato del film, anche se prendendo una notte ideale, lei che va oltre la notte, e quindi bla bla bla...l'originale rende meglio e poteva essere tradotto, ma questo è il solito, infinito e polemico discorso sui titoli italiani; che non porterà da nessuna parte e non cambierà mai, finché avremo titolisti tanto stupidi, e che in questo caso giocano banalmente e inutilmente con l'assonanza nichts-nacht / niente-notte. 
Il razzismo della storia, quello alla base di tutto, quello che fa nascere la violenza che porta ad altra violenza, è di quello becero, stupido e senza una vera motivazione, di quello che ormai, purtroppo, sta avendo successo un pò in tutta Europa, ma potremmo dire un pò ovunque: ed è proprio quello che il film critica e dimostra allo spettatore quanto e come sia profondamente e insensatamente stupido. Altro tema importante è la reintegrazione all'interno del tessuto sociale dopo il carcere: il nostro protagonista ci riesce, ma non tutti la vedranno così, per tutti, soprattutto per i poliziotti che non crederanno alle parole di Katja, e che si concentreranno inizialmente sul marito e sui suoi rapporti con detenuti e col mondo della droga (come se una volta entrato non ci sia modo alcuno di uscirne). Questo porta all'ultima domanda social-politica: ma esiste una vera e giusta giustizia? Possono riconoscere gli uomini ciò che è giusto e ciò che non lo è? Il buon Fatih ha la sua risposta, e la mostra allo spettatore con una serena violenza che lascia interdetti: la violenza è umana, reale, condivisa seppur non condivisibile, l'esplosione (di rabbia) finale non è che la giusta conclusione, seppur amara, di una storia piena di luci e ombre, che sembra essere semplice fin dall'inizio, ma che in realtà nasconde tanti piccoli pregiudizi, che alla fine porteranno ad un unico gigantesco casino. Questo per dire, anche, ma non solo, che gli avvocati, per loro natura, sono delle merde (chissà che Fatih non abbia avuto qualche problema anche con loro) e che in fondo i cattivi li riconosci dalla faccia brutta o da un difetto fisico così fastidioso che neanche i cartoni delle Disney riescono ad essere più espliciti (odiosi anche i due attentatori, al contrario del povero padre, costretto pure a testimoniare, per quel minimo di umanità che gli è rimasta [epicamente imbarazzante la scena della sigaretta e dell'offerta del caffè]). 
E si giunge alla bella e brava Diane Kruger: unica vera protagonista della storia: passa meravigliosamente da Elena di Troia prima, a Bridget von Hammersmark poi, per arrivare ad una Katja Sekerci che ha del sontuoso: con uno sguardo, uno scatto o un tremore alla mano che accende la sigaretta, riesce a comunicare tutto, attraverso le sue lacrime si empatizza col dolore di una madre, di una moglie, ma anche di una cittadina trascurata dalle istituzioni, abbandonata dalla giustizia e non capita neanche dalla famiglia che le rimane intorno; nel suo primo ruolo in lingua madre dona al mondo cinefilo intero la sua interpretazione migliore. I tre capitoli in cui il film è suddiviso rappresentano forse l'evoluzione della protagonista: gioia, dolore, resurrezione, in una via salvifica verso la purificazione e la comprensione totale del dolore nella sua forma più estrema. 
Nel film il meteo ha un ruolo importante: è una sorta di sottofondo emozionale: inizialmente il bel tempo accompagna una fase serena, poi la pioggia fa da sfondo alla sofferenza e al dolore, insieme alla notte e all'oscurità, per poi rinascere nell'epifania greca, interrotta solo dalla detonazione di violenza finale, per terminare nel sole che si riflette nel mare limpido e chiaro, facilmente scrutabile e comprensibile, al contrario della protagonista. 
La telefonata di Danilo, salva Katja, ma purtroppo può farlo solo una volta, e purtroppo non tutti hanno un Danilo pronto a chiamare e dare quelle "buone notizie" che permettono di uscire dal tunnel (o dalla vasca).



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