libro letto "su commissione" di una cara amica, che fin ora mi ha sempre spacciato ottimi libri, fin ora...



La trama non è molto semplice: Fil è un ragazzo che studia all'estero, esattamente a Stanford, per un PhD in economia, ma improvvisamente viene avvistato dalla ex ad Oxford, a capo di un gregge di 200 pecore, mentre entra al Balliol College. La notizia rimbalza in Italia, non propriamente a tutti, e da lì parte la storia vera e propria, forse, del romanzo: la ricerca di Fil e la ricerca, forse più interessante per il lettore e anche per la famiglia, della motivazione della passeggiata con pecore al college inglese. Di qui viaggi, cene, incontri, amori, passioni e studi si incontreranno e scontreranno fino ad una soluzione finale buonista e fin troppo semplice.
Ci troviamo però di fronte ad un racconto corale, dove non si capisce fino alla fine chi sia il protagonista reale: di tutti abbiamo una traccia, conosciamo qualche consuetudine, qualche passione, o la reazione a determinate situazioni, ma di nessuno conosciamo bene la storia che lo ha portato lì o la sua indole. Ogni capitolo è dedicato ad un personaggio, o ad una azione/situazione, e questo un pò spiazza, impedisce una comprensione a fondo delle ragioni dell'uno o dell'altro, del perché questo o quel personaggio agiscono proprio in quel modo. In questo modo la lettura risulta poco scorrevole, spesso, iniziando un nuovo capitolo, ci si chiede che collegamento ci sia con quello precedente o con la storia in genere, e finito il libro, non lo si capisce. Alcune parti risultano inutili, e sembrano solo messe lì a riempire il libro per farlo di 200 pagine (un esempio su tutti è il rientro di Jeremy a casa, con la nonna che gli cucina tutti i piatti della sua infanzia, e lui che si rende conto di esser stato 10 anni lontano da casa e che la nonna è, nel frattempo, invecchiata).
Altro problema è il tempo: si parte dal Balliol college con le pecore, poi si torna indietro, poi si va avanti, poi un altro flashback, e di nuovo si torna ad oggi, per finire con un unico flashforward incomprensibilmente buonista e impalpabilmente lontano nel tempo.   
Il libro parla di borghesi, è scritto per borghesi (non sono riuscito a trovare/capire cosa sia il reves su cui zia Giagiù mette la sua spilla nuova), e sembra scritto da una borghese (anche se la scrittrice è una docente di italiano, che insegna a Torino dopo esser stata un pò a Uppsala a insegnare italiano).
Il libro vuole essere pure didattico e didascalico: ovvero spiegare a noi giovani (a 25 anni, da studentesso universitario, mi autoproclamo giovane) come seguire i nostri sogni senza ledere i sentimenti dei parenti, né tantomeno i loro propositi per le nostre vite.  I problemi sono più d'uno:
- il buon Fil è figlio d'avvocato che se la passa molto più che bene, quindi che voglia fare l'antiquario, il pastore o il musicista può farlo tranquillamente senza preoccuparsi di cosa mangiare. Pure quando va a fare l'aiuto pastore lo va a fare presso un conte...;
- gli adulti sono più confusi e frustrati dei giovani, e causano la maggior parte dei problemi;
- tutti, anche Jeremy che alla fine "riesce nella vita", studiano perché obbligati dai genitori.
Altro problema grave è quello dei personaggi: ce ne sono tanti (TROPPI!), e di molti il ruolo all'interno della storia non è ben chiaro (oltre ad una caratterizzazione con l'accetta per tutti). Alcuni personaggi hanno un'ulitità pari a 0:
- metà della famiglia Cantirami ci viene presentata, ma non ha nessunissimo ruolo in nessuna parte del romanzo;
- la nonna di Jeremy serve solo a farci una moralina sullo studio e l'impegno che a qualsiasi giovane verrebbe voglia di picchiarla e strozzarla con i suoi stessi spaghetti;
- la zia Giagiù sembra una ninfomane repressa che si innamora di ogni uomo che incontra;
- la sorella di Fil il cui ruolo è fare una pallidissima critica al giornalismo, compresa una critica a chi critica Berlusconi nauseabonda.
Altri personaggi invece riescono a starci antipatici:
- Fil il non-protagonista fa discorsi da gombloddista e non da economista;
- Jeremy, quando parla con Giagiù, sembra un poeta, piuttosto che un economista in odore di laurea;
- Fil e Guido che scrivono le lettere, non le mandano (uno le cestina e l'altro le stampa per conservarle) e finiscono entrambi con "però è stato bello scriverla".
A parte i personaggi, la non-scorrevolezza dei capitoli, la morale non morale si arriva fino in fondo, e si tifa per Fil dall'inizio alla fine, odiando a periodi i suoi genitori e la loro eccessiva necessità di controllare la vita dei figli. La prima metà è lenta, sconnessa e distrae; al contrario la seconda sembra più scorrevole, forse perché meno frastagliata, e va via veloce (vogliamo sapere come finisce a Fil).
Il libro si fa leggere, si legge fino alla fine, non dispiace; consiglierei la lettura più alle madri che ai cciovani confusi sul proprio futuro.

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