continuo col filone del'animazione, o dei cartoni animati che dir si voglia...






Film del 1988, che ci fa conoscere il significato del logo della Ghibli e pure la campagna giapponese, i modi di fare e i costumi; una storia con bambini e per bambini. Una fiaba moderna che coi suoi modi educati e onirici, seppur semplici e fantastici, spiazza lo spettatore adulto, incapace di ricordare quando era lui un bambino capace di inventare storie, personaggi e avventure con pochissimo, a volte con niente (un vago sentore di pascolianismo nell'aria). Un viaggio grafico che è più per i bambini che sono dentro di noi: non si deve (e non si può) cercare un significato a quel che si sta vedendo, bisogna farsi trasportare dalle immagini, dai suoni e dai personaggi. I bambini protagonisti sanno come comportarsi, sono quei bravi cittadini del mondo che Miyazaki ci vuole consigliare di essere: amanti della natura, rispettosi verso l'adulto e inoltre gli unici capaci di vedere la verità. Le protagoniste, due sognanti bambine, comprendono a pieno tutto, riescono a vivere globalmente la vita, riuscendo a godersi anche un giro sul miciobus.
In italia arriva, comodamente, 19 anni dopo nelle sale, dopo non essere stato disponibile nemmeno in home video (stavolta il titolo è tradotto letteralmente, quindi posso prendermela solo col tempo che si sono presi i distributori per farlo arrivare nelle nostre, poche, sale).
La storia è semplice, oserei dire banale, ma è poco importante (seppur lascia uno strano retrogusto nella sua non-conclusione), importa più l'estetica della storia che la sua semantica (in molti siti ho letto che è un romanzo di formazione, ma non riesco a capire in cosa vengono formate le due giovani protagoniste...). Mei, come l'Alice carrolliana, insegue un piccolo batuffolo di pelo, fino a cadere in un buco, dove scopre la "verità" (questa similitudine me l'ha fatta notare la mia partner...di visioni cinematografiche, ultimamente non riesco a vedere film senza lei); ma questa scoperta è solo un trampolino di lancio per l'aumento di consapevolezza del mondo che circonda i personaggi. Ci sono poi alcune somiglianze con l'Alice disneyana (quella del 1951, non quella porcata burtoniana): la scena in cui Mei viene ritrovata addormentata ai piedi dell'albero è simile a quella disneyana, come il miciobus somiglia molto allo stregatto disegnato da Milt Kahl.
Non capiamo bene cosa sia il protagonista, o meglio colui che dà il titolo al film...Totoro è una sorta di divinità, ma una divinità pragmatica: non quella che da segnali o fa capire le cose tramite segnali, o piccoli, quasi impercettibili gesti, ma quella che ti aiuta nel vero momento del bisogno, che alla necessità c'è ed è pronta a risolverti un problema, subito! 
Grandiosi i disegni, perfetti in ogni "movimento di macchina" (nei paesaggi in movimento è meraviglioso notare come non sia un tutt'uno piatto, ma come le cose più vicine si spostino più velocemente di quelle più distanti. I colori sono naturali, reali, sembrano quasi fotografie acquarellate. 
Magistrale la scena di Satsuki e Mei alla fermata, con Totoro che spunta dal nulla, e diffondendo la sua serenità, impedisce alla ragazzina di scappare terrorizzata di fronte ad un gigantesco orso/ornitorinco/procione peloso e obeso. 
Esteticamente Miyazaki batte tutta l'animazione intermondiale fin ora creata, ma Disney e Dreamworks restano più adatte a tutti, e più semplici da capire, seppur a volte veicolino concetti non sempre moralmente correttissimi. 




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