visto Tarantino, in lingua, per fortuna, o no? (riviste un paio di scene doppiate non credo ci saremmo persi così tanto col doppiaggio) recensione di c'era una volta ad hollywood di onironautaidiosincratico.blogspot.com
come sempre, una piccola presentazione:
nome, età, professione, cibo preferito (i nomi senza le altre informazioni servono a far sentire in colpa chi non ha voluto rispondere)
eRica: 26, studentessa a tempo pieno, patate e cioccolato
mariachiara:
nicola:
corvo:
enrico:
giovanni:
giorgio:
gaetano:
pietro: 30, studentepartimeincercadilavorofulltime, pizza con kebab

1.trama in 140 caratteri
2.apprezzi le citazioni di tarantino?
3.cast appropriato o cambieresti qualcuno?
4.scena migliore?
5.la violenza del film ti piace o la reputi esagerata?
6.conoscevi la storia di sharon tate? è giusto raccontarla in un film di invenzione?

1.

R: Uno scorcio delle vite di un attore con la carriera in bilico e il suo stuntman fino all’intrusione in casa di una banda di assassini. 
p: il lento decadimento di un attore e della sua ombra, in contrasto col velocissimo decadimento della società americana hippie 

2.

R: Purtroppo non credo di avere una cultura cinematografica tale da apprezzare tutte le sue citazioni. Nella mia ignoranza ammiro il fatto che pur essendo numerose non sono mai buttate a caso giusto per fare numero e che i suoi film siano godibilissimi anche senza cogliere le citazioni, che sono quindi solo un bellissimo valore aggiunto. 

p: solo lui (magari in una versione blu-ray col commento) sarebbe in grado di notarle tutte, è davvero qualcosa di impressionante come le citazioni non siano solo del grande cinema, o anche del cinema normale o, addirittura, di quello di serie B-C-D---Z, qui Tarantino inizia a citare sé stesso, arrivando ad un livello epico di citazione del Cinema con la C maiuscola e coi led, ed autocitazione che trasfigura e trascende il postmodernismo nella settima arte (perché qui possiamo parlare a buon titolo di Arte) 

3.

R: Cast spettacolare, tutti attoroni pazzeschi e attrici bellissime. Anzi, forse mi hanno stupita un po’ le parti “piccole” date a Al Pacino e Dakota Fanning: l’impressione è quella di vedere visi conosciuti, famosi, belli anche tra le comparse. 

p: solo a leggerlo vengono i durelli cinefili: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie e fino a qua siamo ai protagonisti e ci sta avere i nomi quelli di un certo livello, ma il “problema” è che le comparse/camei sono: Emile Hirsch (che è uno degli amici di Sharon), Margaret Qualley (una fantastica attrice-modella-ballerina che interpreta una giovanissima figlia dei fiori un pò deviata, e lo si capisce bene in uno degli innumerevoli dialoghi in macchina), TimoThy Olyphant (un odioso attore buono e buonista), Dakota Fanning (irriconoscibile nella rossa hippy della family), Bruce Dern (fantastico quanto scorbutico George), Luke Perry (un tipo, messo lì giusto per strizzare gli occhi a tutti i figli degli anni ‘80 in sala, ci dovrebbe essere anche il figlio wrestler, ma nel cast tecnico), Damian Lewis (uno stralunato e invidioso Steve McQueen, e chi non lo sarebbe del sessantottino Polanski), Al Pacino (un meraviglioso agente che apre gli occhi a Dalton e lo indirizza verso l’Italia), Lorenza Izzo (una pessima italiana con basi ispaniche, ed è strano che Tarantino non abbia trovato un’italiana vera), Maya Hawke (meravigliosa figlia di Ethan e Uma), Harley Quinn Smith (altra figlia d’arte), Micheal Madsen (che interpreta uno sceriffo che scimmiotta Joe Gage), e poi, last but not least, la coppia del secolo: una possente e immensa Zoë Bell con un ancor meraviglioso Kurt Russel; quindi non credo si possa migliorare il cast (a parte col cameo truce e sanguinante di Quentin stesso, che però ultimamente evita, peccato...) 

4.

R: La scena dove Rick Dalton gira un film western: a primo impatto non si capisce subito se è il film che stiamo guardando o un film nel film… ci rendiamo conto dopo poco che le battute sono quelle provate dall’attore qualche scena prima, ma solo quando Rick scorda una battuta capiamo effettivamente su quale piano siamo. 

p: quando Margot/Sharon va al cinema a vedere se stessa, chiedendo di non pagare il biglietto perché sta sul cartellone, nonostante nessuno la riconosca (leggenda narra Tarantino abbia fatto la stessa cosa per Una vita al massimo; la delicatezza con cui viene raccontata una diva coi suoi difetti, con la sua umanità e la sua normalità: tutte le critiche possono essere prese, scritte, stampate, e fatte mangiare a chi le ha pronunciate (come quella, stupidissima e inutilissima per i puntini nel titolo: in originale prima di “hollywood” in italiano prima di “a”) 


5. 
R: Per essere un film di Tarantino, la violenza non è per niente eccessiva! In ogni caso è un tipo di violenza significativa, dosata nei punti giusti e cruciali ai fini della narrazione: non è un film di cazzotti, pugni e sangue, è un film che racconta una storia e solo quando nella storia c’è violenza si vede la violenza, il combattimento, la rabbia, il sangue etc. 
p: questo, fin’ora (e basta con la storia del nono film e che a dieci si ferma perché l’ha detto fin da subito, quindi inutile ripeterla e sentirla come una cosa assurda o strana in ogni fottuta recensione letta o video visto sull’argomento, come se ogni recensore avesse parlato personalmente con Quentin e avesse questa informazione come unico emissario nel mondo intero), è il film più maturo: l’autopercularsi per il feticismo dei piedi femminili, l’abbondanza di dialoghi (in cui il regista-sceneggiatore è una sorta di divinità che onora il pubblico con le sue opere), l’abbondanza di inquadrature a culi e corpi femminili in genere determina una mancanza di tempo per la violenza (credo comunque che anche nelle quattro ore del primo montaggio non ce ne sarà stata molta di più), che rimane relegata al finale catartico e stravolgente, in modo che lo spettatore comunque non veda nella violenza un aspetto negativo, ma un qualcosa di liberatorio e soddisfacente (il “barbecue” in piscina è da popcorn lanciati sullo schermo in mezzo a urla e applausi); per tutti quelli che son stati turbati dalla violenza e dal sangue (qui pochissimo rispetto agli standard del regista di Knoxville) consiglierei una visione di DonMatteo o di qualche serial su Cristo o altra merda simile prodotta da Rai per accaparrarsi le vecchie novantenni o le neopensionate fintodemocratiche italiote 

6. 
R: Avevo letto la storia di Sharon Tate solo di sfuggita, tant’è che in un primo momento non avevo ben capito il finale. Credo che questo escamotage possa avere un impatto molto forte sugli spettatori, spingendoli a cercare quale sia la verità dei fatti ma mostrando loro un’altra storia, una più bella, dando l’impressione di realizzare il sogno che tutti abbiamo: quello di poter cambiare la storia. 
p: la storia di Manson e della sua comune son state raccontate da pressochè chiunque, in vario modo e varia maniera; non conoscere la storia non rovina la visione, ma conoscerla esalta il finale, perché crea aspettative (un pò disattese, alla fine, però...come Quentin ha ormai abituato il pubblico, quando si parla di Storie) 




casomai basta premere "C" e si attivano i sottotitoli, ma basta guardare le loro facce per dichiararsi soddisfatti

questo è un pò più difficile per chi è, come me, poco pratico con l'inglese, ma è una gran figata comunque...

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