il Leone di Oscar e l'Orso di David che stanno sul Globe sotto la Palma del BAFTA è lieto di presentarvi "memorie di un elefante rosa" la nuova emozionante rubrica nata dal bisogno di condividere col mondo intero le emozionanti storie di una coppia separata da un erasmus di qualche mese; l'idea è quella di narrare l'evolversi di due vite parallele, con la speranza che possa diventare qualcosa di più, magari un diario di coppia, magari una sorta di gratuita terapia dove i sentimenti più reconditi e vergognevoli vengono fuori con naturalezza sui pixel di uno schermo; lui rimasto a casa a vivere la sua quotidiana noia, lei partita con un piccolo infortunio, ma pronta a recuperare il tempo perduto non appena il suo maledetto polpaccio sarà pronto a riprendere la totale funzionalità; la fiction-reality sui vostri schermi sarà frutto solo delle personalissime esperienze dei due autori, con riferimenti a persone e fatti realmente esistiti, influenzato dalle emozioni e dalle sensazioni: un grumo informe di sentimenti appallottolati in una crisalide che speriamo possano divenire una dolce farfalla che accompagni le vostre letture virtuali...





capitolo 1 - sulle partenze - 15/03/018
Cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose, ma capita che io non ne sia capace. Che lato positivo ci poteva essere nel doverlo salutare sapendo già di non poterlo abbracciare per mesi interi? Realizzare questa cosa è stata una catastrofe. L'unica cosa che mi ha permesso di non perdere il controllo è stata una promessa che lui mi ha fatto fare prima di salutarci: non sarei rimasta sola, non mi sarei chiusa in me stessa, sola con il mio dolore, avrei bussato alla porta della coinquilina sconosciuta e le avrei parlato, di qualsiasi cosa. Così ho fatto, meccanicamente...e barcollando sulle stampelle sono scoppiata a piangere a dirotto e senza ritegno tra le braccia di questa ragazza tedesca alta due metri appena conosciuta. Poi lei mi ha offerto un tè e dopo qualche chiacchiera in un inglese molto stentato (il mio, non il suo...ma è difficile piangere in un'altra lingua!) mi sono calmata.
Lato positivo: non ho più paura di perdere la dignità qui in Germania.
dopo averla accompagnata, averla aiutata a sistemare tutto (mi sento sempre più una mammina siciliana stereotipata che vuole pulire tutto, lasciare tutto ordinato e sistemato), era arrivato il momento di lasciarla lì: gli ultimi tre giorni erano passati abbastanza bene, tra qualche pianto e tante risate, nonostante quelle maledette stampelle. Guardarla dormire serenamente mi dava la serenità di poter andare via e lasciarla lì, di certo non da sola, ma lontana, da me e da casa, da tutto ciò che era conosciuto e noto per lei, da tutto ciò che era domestico e addomesticato. Ma uscire da quel palazzo bianco è stata una delle cose più strazianti fatte volontariamente in vita mia: il cervello diceva di continuare a camminare, di continuare a mettere centimetri su centimetri, passi su passi, metri che sarebbero diventati kilometri, mentre il cuore voleva solo tornare per stringerla a me, e non lasciarla mai. Per fortuna il cervello, in uno strano e masochistico scatto d'orgoglio, ha avuto la meglio, fino a farmi arrivare alla stazione dei bus per iniziare il mio lungo e contorto rientro: Milano, Torino e infine Perugia son state le mie tappe per dieci giorni di vagabondaggio prima di rientrare a casa: un lungo viaggio per non pensare troppo a lei, per provare ad avere un distacco meno traumatico. Credo che in questi dieci giorni mi abbiano visto piangere più sconosciuti di quanti amici mi abbiano visto piangere negli ultimi 29 anni di vita, ma alla fine ce l'ho fatta, credo






sotto le due canzoni consigliate come sottofondo per la lettura del nostro strambo diario

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