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Premessa: la presente recensione si basa sulla visione di due delle 15 parti in cui è suddivisa l'opera, le prime due; sperando di riuscire a vedere tutte le 15 parti di cui è composto questo meraviglioso documentario, parlerò qui in generale del prodotto, senza soffermarmi capitolo per capitolo, ma comunque aggiungendo riflessioni e impressioni dopo la visione di ogni capitolo [qui una meravigliosa lista, made in Wikipedia, di tutti i film citati in ogni capitolo].

Nel 2004 il buon Mark scrive un libro, dieci anni dopo si decide di farlo diventare film: TUTTA la storia del cinema, attraverso le immagini del cinema stesso. Nessun libro di cinema potrà mai giungere all'epicità intrinseca delle 15 ore di questo gesto d'amore al Cinema. Si parte dalle origini da dove il cinema è nato: fratelli Lumiere col loro treno e Edison coi suoi kinetoscopi, per passare ai maestri del cinema muto fino ai nostri contemporanei.
Già dal nome, Story (narrazione) e non History(storia), il regista ci dimostra il suo amore per la settima arte, raccontata qui come qualcosa si di importante, ma senza quelle leccate fintoepiche che spesso contraddistingono questa tipologia di documentari. 
La rete creata tra film, registi, tematiche, inquadrature, è infinita, ed è forse la vera rete che qualsiasi cinefilo riesce a notare, ma non sempre ad apprezzare, guardando e gustando molti film; grazie a questa opera possiamo riconoscere in ogni film i richiami, le citazioni, o financo i plagi, di tutti gli altri registi: un pò quello che vuole insegnarci Homer nella puntata che lo vede diventare un inventore: ognuno di noi ha i propri miti, che son sempre irraggiungibili e che sono fonte costante d'ispirazione, emulazione e a volte di plagio. In fondo le immagini son quelle, i sentimenti pure, come nella musica abbiamo solo sette note, nel cinema abbiamo dei blocchi piccoli (i vari tipi di inquadratura, i giochi possibili col montaggio, le scelte stilistiche) che permettono di metter su la sinfonia del film, di generare nello spettatore le varie emozioni (rabbia, gioia, disgusto, paura e tristezza per citare il buon caro Pete). Le continue citazioni di citazioni è un buon metodo per rivalutare (in positivo, almeno per me) molti registi: tutti hanno i loro idoli, tutti son piccoli cinefili, giovani amanti del Cinema in genere e del cinema altrui in particolare; la visione di questo documentario porterà lo spettatore ad un nuovo livello di visione: ad ogni scena, ad ogni immagine, ad ogni particolare di montaggio verrà da chiedersi "Ma è suo o l'ha preso in prestito da qualcun'altro?...e se l'ha preso in prestito da chi l'ha preso, e come lo usava quest'altro nel suo film lo stesso dettaglio?".


L'inizio porta a vedere i primi capolavori del cinema, i primi esperimenti, le prime scoperte, i primi allontanamenti dal teatro, padre putativo della settima arte. Si passa subito ai primi divi di Hollywood, e ai grandi maestri scandinavi, senza dimenticare il cinema orientale, non trascurato ma messo poco in evidenza, forse per paura di non saperne parlare abbastanza approfonditamente, o semplicemente per gusto. Nel primo capitolo troviamo i grandi maestri: Godard, Eisenstein, LEone, Kubrick, Méliès, Friedkin, Lumiére, Griffith, Christensen, Pastrone, Ozu e molti altri, che son quelli che hanno creato innovazione dentro al mondo del cinema: chi con un nuovo modo di riprendere le cose, chi per aver provato a raccontare un'emozione nuova, fino ad allora inesplorata, chi per aver inventato una nuova tecnica di ripresa; ognuno contribuendo all'evoluzione e alla crescita del cinema. Sarà piacevole vedere come questi aggiornamenti si son evoluti insieme alla crescita del cinema, senza comunque mai fermarsi, anche quando la tecnologia e la tecnica di ripresa sono a livelli inimmaginabilmente avanzati rispetto agli inizi.

Il secondo capitolo invece racconta l'avvento dei BIGMONEY!1! nel mondo del cinema e di come questo abbia distrutto il sogno americano cinefilo, creando comunque una base per il grande decennio successivo che avrebbe portato i picchi massimi del cinema mondiale. Accanto a spezzoni da vari film, The crowd di Vidor, The trail di Welles e Le cinque variazioni di vonTrier troviamo anche interviste ai vari registi, dichiarazioni prima e dopo le uscite dei loro film, con le interpretazioni e spiegazioni degli stessi ideatori. 

Col terzo episodio si arriva agli anni '20, i veri anni d'oro del cinema: Brunuel, Lubitsch, Eisenstein Murnau, Vidor citando Ozu, DePalma, Lynch e Hitchcock. Otto sfide, otto gruppi che vogliono cambiare il cinema "classico", otto idee diverse per rivoluzionarlo. Dal cinema orientale più dedito all'umanità, all'espressionismo tedesco che rifiuta le forme classiche, o i francesi che rifiutano i temi, fino ad arrivare al cinema cinese (di cui si sa ben poco nel resto del mondo). È piacevolmente e sconvolgentemente divertente scoprire che alla prima del film l'Age d'Or di Brunuel dei gruppi fascisti han buttato inchiostro sul telo della sala accusando il regista di massoneria e di complotto contro lo stato, in pratica i GOMBLODDISDI!1!!111 ci son sempre stati, anche senza facebook e informareperesistere. 

Fin ora il cinema è stato solo pura immagine, ma adesso arriva il suono: una rivoluzione del 1928. La quarta puntata inizia col suono che copre, che diventa più importante dell'immagine, soprattutto perché più remunerativi per le case di produzione. E poi si può scoprire da dove ha origine la sigla di Fuori orario di Rai3. Nasce nello stesso periodo il cinema di genere, o meglio: nascono i generi cinematografici, quelli che fino ad ora ci permettono di classificare tutti i film: western, horror, commedia, film romantici, gangster movie. Si iniziano pure a vedere i primi making of, per le olimpiadi di Berlino36. Arrivano poi, di colpo, le 7 motivazioni per cui Hitckcock è più importante di Picasso per la sua grandezza visiva. Prima dello scoppio della seconda grande guerra il cinema parla molto più al femminile di quanto non faccia ora, sia per tutte le donne protagoniste, che per quelle dietro la macchina da presa: da Ninochka a Marnie fino a Leni Riefenstahl.

Intanto in India/nel mondo arabo? Lo scopriamo nel quinto fascicolo: durante e dopo la guerra. Soprattutto dopo, il modo come questo evento storicopolitico abbia stravolto il cinema, cambiandone temi e, soprattutto, forme. Ma questo periodo è anche quello delle prime scomparse, delle scomparse dei grandi (dai Lumiere a Eisenstein, da Griffith a Melies) e dei vuoti da loro lasciati, che pian piano son stati colmati da imitatori o eredi (artistici). Ma in questo periodo ci son anche scoperte e novità, le peggiori: la censura. I primi idioti che bloccano film e i primi geni che riescono ad aggirare la censura con genialate degne del miglior evasore fiscale. E a proposito di evasione fiscale arriva l'anti-trust, per cui una major non può possedere una sala cinematografica; quindi cosa fanno le major? creano aziende separate, di loro proprietà, che possiedono e gestiscono le sale. Quindi se almeno prima era palese chi fosse il proprietario e quali fossero le sue scelte, adesso son aziende figlie di aziende figlie di aziende figlie di una major (come spesso accade in questi casi si ottengono tante scatole cinesi che, fondamentalmente, son uguali alla situazione di prima, rendendo però al fruitore finale un quadro talmente sconnesso, frammentato e confusionario, che diventa incomprensibile). Si vede anche un frammento di Italia, col suo neorealismo, e si vede quanto questo frammento piccolo abbia influenzato in maniera imponente l'evoluzione del cinema di tutto il mondo (peccato tutto sia finito in vacca con cinemerdettoni, romcom e film di comici n.d.b.).

Nel dopoguerra, col sesto pezzo di puzzle, vediamo come il cinema cerchi di rialzarsi, non solo in europa, dalle macerie lasciate dalla guerra, dal colonialismo e da tutti gli altri problemi. Si torna in africa, per poi passare dal Giappone a salutare Kurosawa (padre putativo del western), per poi finire in Brasile con Nelson Pereira dos Santos (strano non abbia avuto qualche nomignolo carioca...) e in Messico, dove si sviluppa un cinema melodrammatico nazional popolare, morto dopo l'arrivo di Brunuel. Dopo il neorealismo si scopre che il cinema può esser più che intrattenimento (non che non lo sia già stato prima) e quindi si calca la mano sulla componente politica e sociale, soprattutto negli USA, patria delle megalomani produzioni. Politica o meno il cinema racconta sempre la società che lo genera: nasce allora la gioventù bruciata di Dean, i quaranta gradi di Rio, il Marty della tv.

Col settimo pacchetto arriva il fascino del sesso e della rivoluzione sessantottina: Bergman, Bresson, Fellini e Tati rivedono e stravolgono tutti i teoremi e le certezze del cinema. Chi stravolge la forma, chi invece destruttura e ricostruisce la storia, chi reinventa personaggi traendoli dal passato ed è a quel punto arriva la nouvelle vague, che distrusse, o meglio riadattò, tutto con le nuove idee dell'esistenzialismo. Che meraviglia, permettetemi il patriottismo, veder tutta la storia, tutta la maestria e tutta l'artigianalità di quel cinema meraviglioso che abbiamo fatto morire (dico abbiamo perché siamo stati noi ad ammazzarlo, andando a vedere solo i film di cui a due punti precedenti) da Visconti a Bertolucci, passando per Leone. 

Si arriva così all'europa dell'est post-bellica, che si allontana dai temi della guerra, senza però ignorarla: le variazioni che la guerra ha portato si vedono, senza però parlar solo di soldati, donne vedove o figli orfani. L'ottavo blocco racconta quindi Forman, Tarkovsky, Wajda, Polanski, Chytilova; spostandosi poi ancora più ad est, arrivando a Oshima e al suo cinismo politico. Passando per brasile, cuba, senegal e iran (dove negli anni '70, il primo cineasta fu donna) si scopre come molte "invenzioni" del cinema occidentale siano semplicemente scopiazzamenti vari di vecchi film sconosciuti ai più. Si torna poi all'inghilterra dei beatles con Loach e Lester per finire con gli americani Cassavetes, Hitchcock, Hopper, Warhol, Corman e Nichols.

Con la new hollywood ci avviciniamo agli anni '70, partendo dall'america del capitolo precedente per rimanerci, tranne qualche capatina all'estero, ma con una o due opere. Il nono anello di questa meravigliosa catena cinefila è quindi dedicata a quel periodo cinematografico che ridà luce, mettendolo sotto i riflettori, al cinema dei grandi nomi, fatto con grandi investimenti e grandi set, delle grandi innovazioni e dai grandi temi. Si nota come in questo periodo, più che in altri, gli ebrei hanno un ruolo preponderante nel cinema americano, e non solo: attori, registi, produttori, ma anche i protagonisti delle storie son spesso ebrei, che però son diversi da quelli tristi, angosciati e angoscianti della guerra, son più scanzonati e sereni, più liberi e libertari. 

Il terzo cinema è il centro del decimo brano di questa sinfonia di Cinema: Hara, Roeg, Faye, Mambety, Djebar, Sembene, Poulenc, Gerima e tutto il loro sempre nuovo cinema africano. Senza dimenticare l'importanza degli europei Fassbinder, Wenders, Bertolucci e Pasolini, e inserendoci anche la vonTrotta (è sempre piacevole come in ogni capitolo venga nominata almeno una donna regista). Alcuni temi, nel periodo, inseguono gli stessi temi, ovviamente ognuno a modo suo, coi propri tempi e coi propri modi. 

Superati gli anni '70 arriva il cinema pop, la serialità, l'esplosione della popolarità di alcuni personaggi ed archetipi. Con l'undicesima appendice si vede la nascita dei vari tigri e dragoni, di Bruce Lee, e di tutti i supermachi protagonisti degli anni '80. Questi film, definiti subito action per il ritmo continuamente veloce dell'azione, non sono però come gli attuali action che sfiorano l'epilessia: è l'azione ad esser veloce, il montaggio è minimale e segue l'evolversi della storia. Fin ora il cinema è stato a servizio della storia: il tempo si è ristretto per raccontare più pezzi possibile, ma adesso si dilata, per farci vedere tutto, da ogni angolazione possibile, la scena viene sbrindellata in mille parti minuscole, per farcene apprezzare ogni minimo aspetto. Ed è a quel punto che ad ammazzare la magia del cinema, a rendere inutile ogni sforzo per migliorarlo e farlo crescere arrivano i blockbuster americani (n.d.b.). 

Gli anni '80, gli eccessi, la Tatcher e Reagan al potere, l'avidità di moda e tutti i movimenti di contrapposizione ai vari -ismi che dominavano in giro per il mondo sono i protagonisti del dodicesimo cassetto di questo armadio cinefilo pieno di anfratti nascosti. Si parte dalla cina dei registi della quinta generazione: contro Mao, contro tutti, senza nessuno a difenderli: Zhuangzhuang, Kaige e Yimou fanno film semplici, vicini alla realtà, senza inneggiare a niente o nessuno (come facevano fino a quel momento i film maoisti), raccontando il singolo e non la grande maestosità dei grandi popoli di compagni. 

La morte della pellicola a causa dell'avvento del digitale ci viene raccontato nella tredicesima isola di un'atollo cinefilo senza eguali (almeno per la mia personalissima vita cinematografica). La mela della Makhmalbaf ricorda il Kynodontas di Lanthimos, due storie di amore paterno deviato; nel primo caso la storia, vera, viene rivissuta dagli stessi protagonisti, il cinema che non è più semplice racconto o documentario, ma quasi terapia; stesso lavoro fatto dal padre qualche anno dopo coi suoi tulipani. Quello che sconvolge (almeno me) è scoprire quanto il cinema iraniano, pakistano, indiano, giapponese, arabo, magrebino sia pieno di tanta bella roba che i più non conoscono (anche quelli che si definiscono cinefili) e che sono molto più avanti di taaaaaaaaaaaaaantissimi film presenti in sala. Con l'avvento del digitale la pellicola rimane esclusiva prerogativa di chi vuol dir qualcosa, di chi ha qualcosa da dire e cerca il miglior modo per dirla, non semplicemente gente che vuol far soldi attraverso il cinema: Tsukamoto, Ozu, Hsiao-Hsien, Kar-Wai, Kiarostami, per finire coi più noti Miike, Friedkin, Cronenberg, Dardenne o Lee. Il J-horror coglie questa trasformazione forse prima degli altri, con Ringu, o forse viene tutto giù da Cronenberg e dal suo Videodrome, o forse ancora da Ugetsu Monogatari, del 1953, di Kenji Mizoguchi, dove muore chiunque veda una strana cassetta dove alcuni morti camminano: il digitale cresce, e spaventa, diventa il nuovo, il diverso illimitato di cui aver timore. In quei giorni nasce anche il Dogma95: un gruppo di hyppie, punk e provocatori che cerca o meglio, ha cercato, di far ritornare il cinema ai vecchi fasti portando all'estreme conseguenze le teorie di Pasolini e Bresson: totale castità al cinema! 


Gli anni '90 sono quelli delle citazioni: è il regno di Tarantino, ma anche di Scorzese; ma questo è anche il periodo della CGI, la nascita del cinema possibile anche in uno studio davanti ad una pizza. Van Sant e il suo Elephant, son citazionisti tanto quanto moderni. La quattordicesima, nonché penultima, fetta di torta cinefila passa in rassegna film e registi più vicini a noi (a me almeno): Tarantino, Stone, Coen, Verhoeven, Luhrman. Arrivano, e influenzano il cinema, anche i videogame, con le loro modalità, le loro inquadrature e i loro personaggi. Il citazionismo giunge alle estreme conseguenze con il remake shot-by-shot di Psyco: inutile esercizio di stile di Van Sant [e comunque veder Guy sul divano, senza scarpe, tutto appallottolato, che parla dei suoi film, vale le tredici ore precedenti].  

Come diceva l'Oracolo: "tutto ciò che ha un inizio, ha anche una fine"; e con questo giungiamo alla fine: la fine, solo per ora, ed è proprio ora che il realismo e la finzione si fondono insieme per creare un'arte nuova, ma sempre vecchia, un nuovo modo di guardare la finzione: una necessità di realtà anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Moore, Chan-wook, Aronofsky, Cameron, Sokurov mescolano realtà e finzione, fatti veri a immagini false, immagini vere a fatti falsi, per ricreare una naturalezza che forse non è più reale e naturale nelle sale di oggi. 

L'epilogo conclude con Inception e Eternal sunshine of spotless mind: l'immensità della fantasia, del concorto, della mente, la grandezza del cinema che racconta le emozioni in nuovi modi, con nuovi mezzi, attraverso nuove manipolazioni delle immagini. Il finale suggerisce un Fahrenheit 451 per il cinema causato da una rivoluzione, da una guerra digitale della comunicazione; in tal caso questa """"recensione"""" potrà essere

 

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