Due grandi attori americani, due italiani e un film francese. Sembra l'inizio di una barzelletta squallida e invece è il riassunto della sesta giornata al Taormina Film Fest 2014.




Si inizia dagli USA, con Ben Stiller, che partecipa ad una masterclass con la sala A del palazzo dei congressi di Taormina finalmente piena. Si inizia con qualche domanda sui colleghi attori, alla quale Stiller risponde ricordando gli amici Jack Black (che ha seduto sulla stessa poltrona del Festival qualche anno fa) e Owen Wilson con i quali è molto amico ma non ha potuto lavorare molto. Mario Sesti introduce poi una serie di domande più "tecniche": si parte dalla tipologia di personaggi che Stiller ha interpretato e creato, di come siano simili agli antieroi anni '70 di Offman o Al Pacino, ma completamente buttati sul comico; si passa poi alla serie tv e alla web serie, e a come questi nuovi mezzi permettano, soprattutto internet, a semplificare il lavoro di chi vuole comunicare qualcosa e a permettere a chiunque di dire la propria, senza vincoli o blocchi di mezzo. L'attore americano ha poi dichiarato di come sia più facile fare l'attore, soprattutto quando si ha di fronte, dietro la mdp, un regista bravo, e ancor di più quando lo si stima come professionista e come artista. Le domande dal pubblico non hanno dato spunti, tranne l'ultima, rispondendo alla quale, Stiller ha affermato che Zoolander 2 è in fase di progettazione. Piccola nota: è bello vedere l'attore ridere durante le clip che vengono proiettate, come se fosse uno spettatore qualsiasi e si estraniasse dal suo ruolo.

Nel pomeriggio arriva al palazzo dei congressi Melanie Griffith, completamente stravolta, che ringrazia ad ogni domanda e risponde cose senza senso, che tiene a precisare di non voler rispondere a domande personali (alla premiazione serale al teatro greco scopriremo che ha cancellato il tatuaggio sul braccio, segno della probabile rottura col suo Antonio, forse invaghitosi di una pulzella italiana dal nome Rosita). Le domande ormai si ripetono: "rapporto coi registi", "come ci si prepara ad un personaggio", "come ci si sente ad essere un sex symbol", "il ruolo delle serie tv, soprattutto americane, nel panorama cinematografico". Si parte coi registi, dai quali non ha potuto far altro che imparare; e come non farlo se si lavora con  Arthur Penn, Brian De Palma, Abel Ferrara, Robert Redford, Sidney Lumet. Poi la carriera, nata quasi per sbaglio, avendo iniziato tutto come modella (non è il massimo da sentir dire a delle attrici che son considerate delle grandi attrici, cioè in questo Festival trequarti ha dichiarato di aver iniziato la carriera di attrice per sbaglio o per caso, nessuna vocazione? nessun sogno divenuto realtà?). Per entrare nel personaggio "basta" studiare, studiare le battute, le scene, i vestiti e ci si lavora sopra insieme al regista. Per quanto riguarda la bellezza dice di averla usata, ma non sfruttata, e di esser rimasta sé stessa, o almeno averci provato. L'impegno nel sociale è manifestato già dalla partecipazione, seppur non scelta, nel documentario "The Harrad experiment" del 1973, in cui si poneva l'occhio sulla rivoluzione sessuale. Simpatica la risposta su Harrison Ford e il loro lavoro insieme (sul set di "Una donna in carriera"): "oh si, lui era tanto bello, ma tanto tanto, e pure tanto sposato, purtroppo". La Griffith riesce a strappare un applauso, da parte di una sola metà del pubblico quando afferma "le donne sono più intelligenti!".

La più affollata (fin ora) e divertente Taoclass è quella con Giulio Scarpati e Paola Cortellesi. Il primo arriva al palazzo dei congressi su un'anonimissima auto, scende, senza bodyguard o altro, entra, e chiede dove deve andare per fare la masterclass (e per questo, ma non solo, ha la mia più profonda, sincera e sentita stima). La seconda arriva dopo il bagno di folla e selfie ormai consuetudine per tutti i vip. La class è animata, diventente, si passa dal teatro alla tv, dai gesti scaramantici al rapporto coi registi, per finire con gli amori sul set e il ruolo che manca. I due attori rispondono alle domande divertendo e divertendosi, con uno Scarpati quasi disidratato che in un'ora riesce a bere un litro  d'acqua a più riprese, tra una risata e una risposta. Al momento degli autografi la sala si trasforma in una bolgia dove tutti i fan vogliono raggiungere l'obiettivo tanto necessario della firma su un pezzo di carta. La simpatica ora passata insieme si può riassumere con: non importa quel che fai (cinema, treatro, tv) l'importante è farlo bene. 

Ma Taormina non è solo cinema, e anche godimento per gli occhi e le orecchie degli appassionati di motori. Fa infatti tappa nella meravigliosa perla dello Ionio la "Cavalcade Ferrari 2014", evento utile a una ristretta cerchia di possessori di auto dal cavallino rampante (quest'anno 94, di cui solo 3 italiani) per conoscere le bellezze di una delle regioni italiane. Quest'anno, alla terza edizione, dopo Emilia-Romagna e Toscana, è il turno della Sicilia; e quale luogo migliore se non Taormina per una tappa?

Al teatro greco, fatta sera, è il momento glam del Festival (che sembra quasi la cosa più importante e curata di tutte). I premi consegnati sono: il Maserati Taormina Award a Ben Stiller (che più volte chiede, in italiano, "dov'è la mia Maserati?"); il Promesse Taormina Award a Melanie Griffith e Paola Cortellesi; il premio Mc.Clifton a Flavio Parenti; Cariddi d'oro a Giulio Scarpati e anche a Agostino Ferrente e Giovanni Piperno per il documentario "Le cose belle"; il premio Taormina arte award alla Maserati per "The best adversisement of the year" per lo spot mandato in onda durante il Superbowl XLVIII (qui si giocava in casa, essendo Maserati main sponsor del Festival).

Primo e unico film della giornata "Dans la cour" di Pierre Salvadori, con un'ancor bellissima Catherine Deneuve. Il film racconta la storia di un ex rocker che vuole ritrovare sé stesso e allontanarsi dalla sua vecchia vita, e per questo decide di diventare il portinaio di uno strano palazzo, dove ne accadranno di cotte e di crude. Il film non è un capolavoro, ma di certo diverte nel primo terzo, fa riflettere nel secondo e commuove nel terzo, finendo con un finale dolceamaro, che in fondo, sappiamo tutti essere più dolce che amaro. Molte scene non sono parlate, la musica è ridotta al minimo, le scelte stilistiche non sono da Oscar, ma riescono a trasmettere perfettamente quel che il regista vuole dirci. Consigliatissimo: al solito i francesi, in sala, non deludono mai.

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