consigliatomi da un amico stoccolmese d'adozione...so che di lui posso fidarmi, cinematograficamente parlando, e l'ho scaricato...e ho fatto bene...





Film su un uomo, e la sua fuga in auto (un must dei film anni '60/'70), anche se non capiamo bene da cosa, o meglio lo capiamo solo oltre metà film, ma questo non dispiace, anzi la semplicità della trama ci fa gustare di più la bellezza della fotografia di John A. Alonzo, che non fa mai stancare, non dispiace mai e non è mai fuoriluogo, esagerata o inutile (da orgasmo sono i quadrilateri che le gomme formano nel deserto, poetici...). La pellicola è lenta, i passaggi tra i tre piani narrativi sono netti, per niente spiacevoli; il lento scorrere della pellicola ha come sfondo l'estrema velocità della fuga del protagonista, e la cosa non infastidisce affatto.
Kowalski, il nostro protagonista, di cui conosciamo solo il cognome, più volte spellingato dai vari poliziotti, non ha più niente da perdere, se non una scommessa, per vincere la quale deve percorrere oltre 2000miglia, da Denver a SanFrancisco, in meno di 15 ore. Più che Barry Newman, la vera protagonista è la challenger bianca, che ritroviamo in Death Proof, cercata dalle squinzie.
La corsa è inutile, il fine non c'è, c'è solo la radio, pronta a creare un mito, anch'esso inutile, ma che piace tanto alla gente, a quella gente che vive in paesini sperduti, dove l'autorità è quasi sempre una forza inconcepita, incomprensibilmente violenta e autoritaria. La sfida è stupida, senza senso: è da idioti farsi 2000 miglia, sfidare la polizia di tre stati per qualche migliaio di dollari, ma il nostro eroe ne ha di bisogno, e la porterà fino alla fine. Un eroe nato dal dialogo irreale, ma cinematograficamente bellissimo, tra il protagonista stesso e SuperSoul, un disc jockey (perché all'epoca si chiamavano così, dovendo far galoppare i dischi) di una piccola radio locale, radio Kow, che alla fine diverrà radio Kowalski, che lo aiuta, lo guida e gli fa compagnia. Ma l'eroe viene creato dalle parole del cieco SuperSoul, e da come queste descrivono Kowalski alla popolazione: l'ultimo eroe di una civiltà ormai incapace di pensare autonomamente e fuori dagli schemi. Un eroe che si batte per la libertà, ma non il grande principio dei padri fondatori o di qualche grande politologo, ma la propria libertà, la libertà di poter fare quel che ti pare quando ti pare e come ti pare, comunque senza far male a nessuno, se non a chi vuole intralciarlo. 
Nel film troviamo uno spaccato della società dell'epoca, con una critica mica da poco ai predicatori (dal geniale nome di J. Hovah), ai polizziotti razzisti (pronti a tutto pur di ottenere il proprio obiettivo) e ai reietti della società (gli unici capaci di aiutarsi tra loro, gli unici capaci di dimostrare un pò di umanità). Il razzismo che troviamo nella pellicola non è smieloso, pesante e appiccicoso come quello di Lee, è veloce e apparentemente indolore, ma è vero e lascia il segno per tutta la durata del film.
A parte qualche sgommata sullo sterrato, il film non fa una piega, montaggio perfetto, netto, semplice ma efficace, attori tutti correttamente inseriti nella storia, musica azzeccatissima (a opera di un pressocché sconosciuto Jimmy Bowen).
E poi, d'improvviso, appare una ragazza nuda su un'honda cb500 bianca e rossa, con sottofondo mississipi queen dei Mountain e poco dopo lei si offre di fare e fargli tutto quel che desidera, e lui gli chiede da fumare, ma "una regolare", e là scatta, dentro le nostre teste, l'applauso, l'ovazione, la standing ovation. 
Come sempre la traduzione è una pedata nei coglioni, il "vanishing point" americano è il punto di fuga della prospettiva del buon leonbattista, ma in italiano diventa punto zero, 
Alla fine nessuno è riuscito a fermarlo, e quando il film finisce, finisce con un sorriso. 




"solo se fai la guerra alla guerra il tuo odio finirà"



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